Chi cerca una terapia familiare a Roma di solito non cerca per sé. Cerca perché un figlio non va più a scuola, si è chiuso in camera, litiga in continuazione, oppure perché a casa non si riesce più a parlare senza che finisca male.
La richiesta arriva quasi sempre nella stessa forma: c’è un problema, e il problema ha un nome. È lui, o è lei. Il resto della famiglia sta intorno e cerca di rimediare.
Il figlio che porta il sintomo
Nel lavoro con le famiglie succede quasi sempre la stessa cosa. Si comincia dal figlio, perché è per lui che si è chiamato. Poi, a un certo punto, qualcosa si sposta.
Viene fuori che tra i genitori si parla poco, o non si parla più. Che uno dei due è esausto e l’altro non se n’è accorto. Che c’è una tensione di coppia che dura da anni e che nessuno nomina. E che il figlio, in mezzo, ha preso una posizione: fa da arbitro, oppure fa rumore abbastanza da tenere l’attenzione su di sé.
Questo è quello che in terapia sistemica si chiama paziente designato. Non significa che il ragazzo stia bene e faccia finta. Significa che il suo sintomo racconta un equilibrio che riguarda tutti, e che finché si lavora solo su di lui quell’equilibrio resta intatto.
Quando la famiglia dice no
Non sempre questo passaggio viene accolto. Capita spesso il contrario: no, il problema è nostro figlio, siamo qui per lui, noi non c’entriamo.
È una reazione comprensibile e non si forza. Quando qualcosa si sta illuminando, il lavoro non è convincere nessuno, è restare lì e chiedere a ciascuno come la vede. Le cose che si vedono da soli reggono, quelle che vengono imposte no.
Perché devono esserci tutti
In una seduta familiare parlano tutti, e non è una questione di equità. È che le informazioni non stanno dove ci si aspetta.
Chi parla di meno, di solito, è il più preciso. Sta ai margini, guarda, e quando prende la parola dice la cosa che spiazza gli altri, proprio perché non è al centro dell’attenzione e non deve difendere una posizione. Spesso è da lì che si capisce come funziona davvero quella casa: chi tiene le redini, chi decide senza dirlo, chi è il punto di riferimento senza il quale gli altri si perderebbero.
Per questo anche il fratello o la sorella che dice “io non c’entro nulla” deve venire, almeno ai primi incontri. Se non viene, l’incontro è parziale. E soprattutto passa un messaggio: che il problema è di uno solo, e che gli altri stanno lì per assistere.
Anche quando in stanza c’è una persona sola
Non tutte le situazioni richiedono di portare tutta la famiglia in seduta, e non tutte le famiglie sono disposte a venire.
Il modo di guardare però non cambia. Anche in un percorso individuale quello che si osserva non è soltanto quello che una persona sente, ma la rete di relazioni in cui quel sentire si è formato. È il senso della terapia sistemica individuale: il sistema familiare non è un posto da cui si esce, è un posto che si occupa.
Come funziona
Ricevo a Roma, in via Antonio Sebastiani 35, e online in videochiamata. Le sedute familiari durano 75 minuti, quelle individuali 50.
Prima di fissare un appuntamento facciamo una telefonata conoscitiva di quindici minuti. Serve a te per capire con chi hai a che fare, e a me per capire se posso esserti utile, e in che forma. Non c’è nessun impegno.
Telefono: 328 752 0668
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